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Il taccuino

Giochi di una volta: non si compravano, si costruivano — e ognuno aveva un nome diverso

Le liste dei giochi di una volta sono tutte uguali: venti nomi in fila, una foto in bianco e nero e la frase «si stava meglio quando si stava peggio». Manca sempre la parte interessante, che è come funzionavano — e cioè con che cosa si giocava davvero.

Perché la caratteristica dei giochi dei nonni non era la nostalgia. Era una cosa molto più concreta: non si compravano. Si costruivano, o non esistevano proprio.

La regola che li teneva tutti insieme: materiale zero

Provate a mettere in fila i giochi che sono arrivati fino a noi e troverete sempre lo stesso schema: servivano un oggetto trovato e nient’altro.

  • Un gesso e un sasso piatto: campana.
  • Delle biglie di vetro, o i tappi delle bottiglie schiacciati: gare in terra battuta.
  • Un elastico annodato lungo due metri.
  • Una trottola di legno e uno spago.
  • Un cerchione di bicicletta senza raggi e un bastone per spingerlo.
  • Un barattolo vuoto: lippa, oppure barattolo e via a nascondersi.
  • Due lattine e un filo teso: il telefono.

Nessuno di questi oggetti si comprava per giocare: si recuperava. Ed è questo, più della nostalgia, il motivo per cui questi giochi sono sopravvissuti a generazioni di crisi economiche — costavano zero e si potevano rifare ovunque.

Oggetti dei giochi di una volta su un tavolo di legno: biglie di vetro colorate, un gesso e una trottola con lo spago avvolto

La campana e i suoi quindici nomi

C’è un gioco che dimostra meglio di tutti quanto fossero locali questi passatempi: la campana, quella dei quadrati disegnati per terra.

A seconda di dove siete cresciuti, la chiamate in modo diverso: campana, mondo, settimana, riga, paradiso, brucio, ambo. E scendendo nel dettaglio regionale la cosa diventa quasi comica:

  • Veneto — scalóne.
  • Liguria — pàmpano.
  • Puglia e Salento — staccia.
  • Calabria — campanaru, siloca, trenga.
  • Sicilia — sciancateddu, tririticchete, chiappedda.
  • Sardegna — pisincheddu (e pàmpana in Gallura).

Stesso gioco, stesse regole, quindici nomi. Ed è normale che sia così: erano giochi trasmessi a voce, da bambino a bambino, in cortile. Nessuno li ha mai scritti prima che qualcuno provasse a catalogarli, e per questo ogni valle ha finito per battezzarli a modo suo.

Fuori dall’Italia succede lo stesso: hopscotch in Inghilterra, marelles in Francia, Tempelhupfen in Germania. È lo stesso fenomeno che rende impossibile mettere d’accordo mezza Italia anche solo su come chiamare il calcio balilla, che a seconda della zona è biliardino, calcetto, calcino o fubalino.

📌 Una nota di onestà: si legge spesso che la campana l’avrebbero inventata i Romani, e che nel Foro se ne vedrebbe ancora il tracciato inciso nella pavimentazione. È una tradizione ripetuta ovunque, ma le fonti che la sostengono sono deboli. Diciamola per quello che è — una bella storia, non un fatto accertato.

I giochi di legno, e perché duravano

Quando c’era un oggetto vero, era quasi sempre di legno e quasi sempre fatto in casa o dal falegname del paese: la trottola, i trampoli, il tiro alla forma, la fionda, il carretto a cuscinetti.

Il legno non era una scelta estetica, era l’unico materiale disponibile che si potesse lavorare senza macchine. Ma ha avuto un effetto collaterale che oggi sembra un pregio: quegli oggetti si riparavano. Se si rompeva un pezzo, se ne intagliava un altro. Un gioco di plastica stampata, quando si rompe, finisce.

Come costruirli oggi, davvero

Se volete rifarli con dei bambini — che è poi la ragione per cui la maggior parte delle persone cerca questi giochi — questi tre funzionano ancora, si fanno in un pomeriggio e non richiedono attrezzi seri:

  • La trottola. Un tassello di legno tondo, una punta smussata, uno spago. La difficoltà sta tutta nel lanciarla, e quella difficoltà è il gioco.
  • Il tiro ai barattoli. Cinque lattine impilate a piramide e una pallina. Sembra banale finché non provate a colpirle da cinque metri.
  • Il telefono con le lattine. Due barattoli, un filo di cotone teso: funziona sul serio, e la faccia di un bambino quando si accorge che funziona vale il pomeriggio.

Regola pratica: fate costruire a loro. Metà del divertimento sta lì, e un gioco che ti sei fatto da solo si rompe e si rifà — non si butta.

Perché quasi tutti erano all’aperto

La stragrande maggioranza dei giochi di una volta all’aperto si giocava in strada, in piazza o in cortile, e questo non era una scelta romantica: in casa non c’era spazio, e i bambini stavano fuori dalla mattina alla sera.

È anche il motivo per cui molti sono scomparsi, e vale la pena dirlo senza sentimentalismi: non li ha uccisi la televisione né il telefono. Li ha uccisi il fatto che la strada ha smesso di essere un posto dove si può stare. Le auto, il traffico, i cortili chiusi. I giochi sono stati una conseguenza, non la causa.

Quelli che invece sono rimasti

Non tutti sono spariti. Ne sono sopravvissuti alcuni, e hanno tutti la stessa caratteristica: si giocano su un tavolo, cioè in uno spazio che nessuno vi ha tolto.

Il calcio balilla è il caso più evidente — dagli anni Cinquanta è in ogni bar d’Italia e oggi ha federazioni e campionati. Ma è la stessa storia del subbuteo, che si gioca col dito su un panno verde, e in generale di tutti i giochi da tavolo sul calcio.

Hanno resistito perché rispettano la regola di partenza: costano poco, le regole si spiegano in un minuto, e si può diventare bravi. Quest’ultima parte è la più importante di tutte — un gioco senza margine di miglioramento si abbandona in due settimane, allora come adesso.

Fonti

Da dove vengono i dati di questo articolo:

  • Campana (gioco), Wikipedia — i nomi regionali: scalóne in Veneto, pàmpano in Liguria, staccia in Puglia, pisincheddu in Sardegna, sciancateddu e tririticchete in Sicilia.

⚠️ Sull’origine romana della campana —il «gioco del clàudus» e il tracciato inciso nel Foro— le fonti che la sostengono sono deboli e si ripetono a vicenda: nell’articolo è raccontata come tradizione, non come fatto accertato.

Se trovate un errore, scrivetemi: correggo e dico cosa è cambiato.

E se il tavolo non ce l’avete

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Non sostituisce il gesso sull’asfalto né le biglie in terra battuta, e non ci prova. Serve per i pomeriggi in cui il cortile non c’è.